Anna Franzoni – Sirti

“Consiglio di non mostrare solo le competenze tecniche ai colloqui, perché la differenza la fa l’approccio adottato: non c’è da avere paura di apparire per come si è, spesso la valutazione più importante arriva quando si parla con l’esaminatore in modo più informale”

Anna Franzoni, 26 anni
Laureato in Ingegneria Gestionale presso Università degli Studi di Brescia
Lavora in Sirti nella divisione Risorse umane

 

Anna, com’è andato il tuo primo colloquio?

Il primo colloquio è stato alcuni anni fa, ero abbastanza impacciata, tesa, con molta timidezza e poca cognizione di cosa dovessi dire e come presentarmi. In ogni caso già dopo i primi due colloqui la situazione è cambiata, sono riuscita a mettere da parte la timidezza e sono riuscita a mostrarmi per ciò che sono, sia come persona sia per le competenze tecniche.

La principale difficoltà per me era legata alla lingua inglese, un po’ perché ho sempre fatto fatica a imparare le lingue straniere e un po’ per via dell’istruzione ricevuta, nel senso che ho cambiato molti insegnanti e sicuramente questo aspetto ha influito negativamente.

Altra difficoltà è quella di saper essere reattivi di fronte a domande non troppo comuni, quali domande di logica o domande che sembrano piuttosto generiche ma che capisci che stanno andando a mirare verso qualcosa di più specifico, domande che ti mettono un po’ in difficoltà e alle quali non si sa come rispondere. In realtà credo che il vero valore ai fini dell’intervista non sia la risposta precisa ma proprio come si riesce a gestire la situazione, a ragionare e a presentarsi.

Ti va di condividere un aneddoto del tuo percorso di ricerca di lavoro?

Dopo il Master ci veniva offerta la possibilità di interfacciarci con diverse realtà aziendali per essere valutati per una possibilità di stage e io sono arrivata ad avere nello stesso momento 4 proposte da parte di aziende differenti. In questo caso sono stata io a dover scegliere l’azienda per la quale lavorare e forse mi sono lasciata condizionare troppo da una particolare realtà, top player nel proprio settore ed economicamente solida, che proponeva un progetto molto interessante. In realtà con il passare delle settimane mi sono resa conto che la mia figura non serviva, pertanto il mio entusiasmo iniziale è andato scemando finché ho parlato con i referenti aziendali e abbiamo deciso di interrompere anticipatamente lo stage. L’esperienza ha avuto comunque anche dei lati positivi, in quanto ho potuto vivere dall’interno una realtà internazionale e acquisire nuove competenze relazionali.

Quale consiglio ti sentiresti di condividere con chi è ancora alla ricerca di occupazione?

Mi sento di consigliare di non mostrare solo le competenze tecniche ai colloqui, perché la differenza la fa l’approccio adottato: al di là dell’attenzione necessaria non c’è da avere paura di apparire per come si è, spesso la valutazione più importante arriva quando si parla con l’esaminatore in modo più informale.

Se tornassi indietro, rifaresti lo stesso percorso di studi? Cambieresti qualcosa?

Il mio percorso è un po’ particolare, in quanto io arrivo da ingegneria gestionale e poi sono approdata nelle risorse umane e, nonostante la differenza tra i due indirizzi io rifarei ingegneria gestionale perché mi ha permesso di sviluppare competenze di valutazione e di analisi molto approfondite che possono essere spese anche nell’ambito delle risorse umane. Diciamo che l’unione delle competenze tecniche sviluppate durante l’università e quelle umanistiche sviluppate durante il master mi ha portato dei buoni risultati nel mio attuale lavoro, per cui non cambierei nulla.

Hai sentito parlare di rivoluzione digitale? Cosa significa per te?

Io intendo la rivoluzione digitale come l’introduzione nella nostra società di una tecnologia che ha ribaltato il nostro modo di vivere rispetto a quello della generazione precedente. La tecnologia ci sostiene, anche se a volte influenza un po’ troppo le nostre attività.

Siamo dipendenti dalla tecnologia che ci circonda, cominciamo la giornata con la sveglia impostata sul telefono e andiamo a letto mandando l’ultimo messaggio a qualcuno. Ritengo che questa rivoluzione digitale sia un po’ una contraddizione, sono nati i social network ma le persone sono meno socievoli, ad esempio vedo i miei genitori che spesso prendono il telefono e chiamano le persone mentre a me viene più naturale scrivere una mail o un messaggio.

Come definiresti la Generazione Y, quella di cui fai parte? Chi sono veramente i Millennials?

Io mi riconosco solo in parte come appartenente a questa generazione, in quanto se è vero che utilizzo molto la tecnologia, non mi sento granché affine a quello che è l’approccio tipico dei social network, che è in larga parte basato sull’apparenza. Personalmente non ho un account Facebook e mi limito a utilizzare LinkedIn, che vedo più come un’opportunità lavorativa che non un modo per socializzare. Facebook è nato come un mezzo per ritrovarsi, ma secondo me non ha mai avuto questo valore: mi sembra resti tutto a un livello molto superficiale, lontano dalle interazioni faccia a faccia.

Quali sono le tue passioni?

Mi piace molto camminare, andare in montagna e stare a contatto con la natura. Inoltre ho bisogno di sfogarmi a livello fisico, per cui devo andare in palestra o praticare qualche sport che mi permetta di sfogare le tensioni accumulate soprattutto in ambito lavorativo.